[LENTE] Le non-identità non fanno un’Unione. Svizzera come modello della Nazione Europea?

Questa domanda apre l’ultimo paragrafo dell’ultima grande opera di Samuel Huntington, sugli USA e sul loro futuro. È un’opera incentrata sulla scoperta dell’identità americana e sulle sfide che la stanno mettendo in crisi; l’ultimo paragrafo, quello che conclude le riflessioni sul destino americano, si interroga sulle opzioni realisticamente disponibili oggi per gli Stati Uniti d’America. Con acume Huntington spiega come sia l’identità americana, ovvero il modo in cui gli americani definiscono se stessi, a determinarne il ruolo nel mondo, ma è abbastanza saggio da capire come questa identità sia condizionata anche dal modo in cui il resto del mondo vede il ruolo americano nel mondo.

Queste riflessioni penso saranno centrali nel dibattito statunitense dei prossimi decenni, ma il mio richiamo alla riflessione americana è strumentale ad una riflessione sul ruolo europeo e sulla possibile identità europea; di questo tema, anche se magari non esplicitamente, parla l’importante articolo di Falasca e Brusadelli apparso su Strade. Senza volere ora avviare una riflessione anche solo lontanamente paragonabile a quella di Huntington, ritengo sia però utile partire dagli spunti di Huntington per riflettere sul possibile futuro europeo.

Come premessa va ricordato che, mentre l’identità nazionale americana si è forgiata attraverso una rivoluzione armata e due secoli di guerre (di cui le principali vittoriose), il barlume dell’identità europea prende forma nelle catastrofiche guerre della prima metà del XX secolo, di cui l’ultima ha rappresentato una disfatta per le potenze continentali tutte, con l’occupazione militare del continente da parte di USA e URSS. Una sorta di identità in negativo, dunque, quella europea, che nasce non da una storia comune ma dal fallimento delle politiche dei vecchi stati nazionali.

Come dovremmo sempre ricordare, sono le guerre, possibilmente vittoriose, a trasformare i popoli in nazioni. Ma in America un popolo c’era e preesisteva alla nazione americana; Huntington trova nella matrice anglo-protestante, fatta di una comune lingua inglese e della egemone cultura del protestantesimo radicale, la matrice identitaria profonda degli USA e la base della (allora) futura nazione americana.

L’Europa non ha una simile matrice di civiltà comune, e mentre a livello di élite è forse individuabile una matrice illuministica e razionalista, non esiste niente di simile all’America che possa caratterizzare una civiltà a livello di popolo. Stremati e sfiniti dalle guerre della prima metà del XX secolo, gli europei sono stati capaci solo di definirsi in negativo, e, soprattutto i popoli più straziati dalle stesse guerre, si sono rifugiati nel sogno di un mondo da cui fosse bandita non tanto (e non solo) la guerra, ma la lotta che della storia è il motore.

Tanto per non parlare in astratto, vedrei come questo processo si sia concretamente sviluppato in un paese come l’Italia. E a questo proposito vedrei l’evoluzione del ruolo della scuola pubblica, che, nell’Italia post-risorgimentale, è stata uno dei principali mezzi di costruzione dell’identità nazionale degli italiani. Via via che ci si allontanava dalla ubriacatura nazionalistico-imperiale del fascismo e ci si addentrava nella seconda metà del XX secolo, la scuola è diventata scuola della decostruzione della identità nazionale; visto che comunque anche l’animo umano aborrisce il vuoto, alla identità nazionale si è sostituita una ideologia fatta di non-identità, una specie di cosmopolitismo all’amatriciana il cui risultato è stato l’emergere di identità sub-nazionali, etniche, di genere, e via discorrendo.

Sembrerebbe che la necessità di trarre lezioni dalle catastrofi del secolo scorso si sia fermata al momento distruttivo senza riuscire ad avviare un movimento costruttivo di pari intensità e ampiezza. Distrutte le identità nazionali forgiatesi nel XIX secolo, il vuoto ne ha preso il posto; le tendenze verso la globalizzazione dell’economia e della finanza hanno ulteriormente rafforzato questo trend, portando all’emergere di élite la cui vera casa non sta in alcuna nazione.

L’ideologia di questo vuoto identitario dei popoli europei è stata colmata da un mix di ideologie pacifiste e/o internazionaliste, e infine dal multiculturalismo; tutte ideologie queste che bandiscono la necessità della lotta per la vita e negano la legittimità della volontà di affermazione e dominio …salvo riconoscerle negli “altri”. Anche questi frutti di malposti sensi di colpa così diffusi tra noi europei.

Certo è, che in una Europa priva di una identità comune e aperta al mondo, il cosmopolitismo si declinerà molto banalmente nella fine degli elementi propri della civiltà europea, nel trionfo di chi ha valori identitari forti e la volontà di imporli.

In questo quadro, l’immagine dell’impero cinese pre-invasioni mongoliche, richiamato nell’articolo di Falasca e Brusadelli, come termine di paragone di questa Europa politicamente alla deriva, risulta quasi un segno di ottimismo se paragonato allo stato attuale dei popoli europei e alle minacce che li insidiano. I mongoli non erano attrezzati né avevano la volontà per dominare e cancellare la civiltà cinese; si accontentavano di sfruttarla prendendo il posto delle élite precedenti, e a posteriori possiamo affermare che ne furono “conquistati”. Non sarà necessariamente questo il risultato del concretizzarsi delle minacce che attualmente gravano sull’Europa.

Pur non essendo così precisamente calzante, la Cina del XII secolo rappresenta però una valida analogia per dare un allarme a chi si candida a far parte delle attuali élite dominanti europee (o a sostituirle).
Tuttavia, vagheggiare, come fanno gli autori, la (ri)scoperta di un ruolo imperiale per l’Europa, in un mondo di imperi, trascura che dietro ai cosidetti imperi stanno nazionalismi magari non etnici, ma di civiltà, e su questo fronte l’Europa non è una nazione. Di quale impero possiamo parlare per un insieme di popoli che ancora non è nazione?

Tra sopravvivenze dei residuali e anacronistici stati-nazione, la cui base etnica, razziale e linguistica è sempre più compromessa, e ideologie multiculturaliste o cosmopolite delle élite, l’Europa non può oggi pensare ad un ruolo imperiale, perché tale ruolo, sempre che sia auspicabile, richiederebbe una identità degli europei oggi tutta da costruire.

Parlare di imperi vuol dire cercare di dominare altri popoli e paesi, plasmandoli in base ai propri valori. E di che valori parliamo noi europei, che neppure abbiamo una lingua comune o una religione comune (o quanto meno egemone)?
I non-valori, il vuoto, non sono una identità, e oggi gli europei rischiano di avere solo una identità negativa in comune. In questo mondo – in cui uno scenario possibile è quello delle guerre di civiltà e uno scenario certo è quello che vede la competizione tra blocchi continentali costruiti attorno a nuclei di civiltà condivisa – non capire la propria civiltà, non coltivarla, non rispettarla e amarla, significa condannarsi alla decadenza prima, e all’estinzione previa sottomissione poi.

Quindi, piuttosto che pensare in termini imperiali, l’Europa deve pensarsi come nazione, cosa che implica il riaffacciarsi della lotta e della guerra nel proprio orizzonte culturale, prima che altri glielo impongano dall’esterno.
Avere individuato il problema non nella affermazione di una identità imperiale ma nella costruzione di una identità nazionale ci porta subito ad un nuovo problema: come costruire una identità nazionale a partire da popoli che non condividono lingua, religione e la cui storia condivisa è fatta in buona parte di guerre fratricide. A questo proposito non sono molti i casi storici cui ispirarsi, ma un esempio lo troviamo proprio nel cuore del continente europeo e ai confini italiani: la Confederazione Svizzera.

La Svizzera, nazione multilinguistica e multireligiosa, è un esempio di valori civici, di amore per la libertà vissuta nella responsabilità delle autonomie, ed è una nazione nata da secoli di lotte di popoli orgogliosi della propria indipendenza contro vicini che li opprimevano o minacciavano.

La nazione elvetica è una storia di successo duratura e senza eguali, tanto che fu di ispirazione e modello per grandi come Machiavelli e Cattaneo, che svizzero divenne e a Lugano morì. Forse proprio dallo studio della nazione elvetica potremmo e dovremmo ripartire per costruire una nazione Europea. Certamente non possiamo dimenticarci l’importanza determinante che ebbe la minaccia del nemico, la cui esistenza fece da catalizzatore e collante del processo di formazione nazionale elvetico, né le tante circostanze eccezionali e uniche che caratterizzarono il processo di formazione della nazione elvetica.

Non voglio minimizzare le difficoltà dell’impresa: al di là degli elementi oggettivi di contesto, dobbiamo anche avere coscienza che la situazione “spirituale” degli europei è oggi tragica, se pensiamo alla coscienza delle necessità del momento ed alla volontà richiesta da questi passaggi. Dobbiamo inoltre avere piena coscienza che il principale ostacolo alla costruzione di una nazione europea sono gli europei stessi, in particolare le vecchie istituzioni basate sulle vecchie nazioni degli europei, gli Stati-nazione che, come l’Italia, difficilmente rinunceranno al proprio ruolo e potere.

Oltre alle inerzie culturali, parliamo di interessi concreti, cui le burocrazie nazionali difficilmente rinunceranno. A questo proposito è istruttiva la storia di questi ultimi anni italiani, dove i problemi interni vengono rimbalzati, dalle élite politico-burocratico-affaristiche a base nazionale, su una UE cui difficilmente possono ascriversi le responsabilità che invece stanno tutte in sede nazionale.

È con piena coscienza delle difficoltà realizzative, ma anche della sua necessità, che invito a trovare la nostra via in un nazionalismo europeo. Un percorso di costruzione identitaria nazionale che si ispiri alla storia della Confederazione Elvetica è, quanto meno, entusiasmante per un vecchio federalista e libertario come il sottoscritto, non alieno da quel sano pessimismo di stampo conservatore che si ritrova in buona parte degli italiani che da secoli hanno guardato alla Svizzera come fonte di ispirazione e di rifugio… non ultimo, Prezzolini.

I soli motivi di ottimismo sono nella consapevolezza della necessità e urgenza di una Europa-Nazione, e nell’esistenza di un esempio storico di successo; non è molto, ma direi che dobbiamo saperci accontentare di ciò che abbiamo e dobbiamo saperlo sfruttare al meglio. Proprio la consapevolezza della crisi profonda del nostro continente e della sua civiltà può essere la spinta per affrontare con energia ed intelligenza il futuro.

Les hommes n’acceptent le changement que dans la nécessité et ils ne voient la nécessité que dans la crise. – Jean Monnet


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