[LENTE] Modernizzazione e sviluppo, l’attualità di Huntington

In “Political Development and Political Decay”, scritto nel 1965, lo storico Samuel Huntington indica, con notevole capacità predittiva, i rischi (per le società, i singoli Stati e il mondo intero) di una politica debole in un contesto di istituzioni fragili. Senza sviluppo politico, sostiene Huntington, la modernizzazione porta solo al disordine e al caos: lasciamo al lettore la libertà di constatare quanto, nel mondo di oggi, questa teoria corrisponda al vero.

Quando, pochi mesi fa, ebbi l’occasione di leggere questo articolo di Samuel Huntington, ebbi subito l’impulso di farlo conoscere nel mio giro di amicizie. Perché? Perché pur non dispiegando appieno la propria analisi e formulazione teorica, come il libro “Ordine politico e cambiamento sociale” (1968), esso contiene buona parte degli elementi che nel libro verranno poi sviluppati in modo compiuto.

Samuel Huntington, che a seguire abbrevierò con le iniziali (S.H.), è stato indicato da F.Fukuyama come autore de “l’ultimo grande sforzo di costruire una teoria generale dello sviluppo politico”, tanto che “Ordine Politico e Cambiamento Sociale” è stato dallo stesso Fukuyama indicato, nel 1997, per primo nell’elenco dei 5 libri più importanti di politica internazionale, tra quelli pubblicati nei precedenti 75 anni. Già questo dovrebbe stimolarne la lettura, soprattutto in un paese, il nostro, che ha subito, a mio parere, una forte decadenza politica e in cui la cultura politica, se possibile, risulta ancor più degradata.

Purtroppo, in questi ultimi decenni, la cultura politica è stata vista come inutile fatica in un mondo in cui la politica ha le forme dello spettacolo e, nella sostanza, è galleggiamento quotidiano in cui le scelte politiche sono puro trasformismo, ovvero navigazione a vista di uomini senza principi.
L’articolo

“Tra le leggi che reggono le società umane, ve n’è una che sembra più precisa e più chiara delle altre. Perché gli uomini restino civili, o lo divengano, bisogna che tra loro l’arte di associarsi si sviluppi e si perfezioni, nella stessa proporzione in cui aumenta l’uguaglianza delle condizioni”.

Questa citazione di Tocqueville apre l’articolo di S.H., e costituisce la premessa necessaria dell’intero articolo.
La tesi di S.H. è che, negli anni in cui scrive l’articolo, in tutto il mondo si stiano creando condizioni di sempre maggiore eguaglianza tra le persone, con conseguente spinta alla partecipazione politica e alla mobilitazione sociale; a questa impetuosa modernizzazione sociale, spesso, soprattutto nel mondo cosiddetto in via di sviluppo, non si associa uguale progresso nell’arte di stare assieme. Quest’arte di associarsi altro non misura che lo sviluppo politico di uno stato. Senza sviluppo politico, sostiene S.H., la modernizzazione porta solo al disordine e al caos. Per questo l’attenzione della politica estera americana del periodo, secondo S.H., avrebbe dovuto centrare il proprio focus non sugli aiuti allo sviluppo economico, ma sul sostegno allo sviluppo politico.


Il contesto

Nel 1965, anno in cui viene pubblicato l’articolo di Huntington, il mondo è caratterizzato da un lato dalla guerra fredda, e dall’altro dai processi di decolonizzazione con la conseguente formazione di nuove entità statali. All’epoca, ma un’eco la possiamo cogliere anche oggi, negli USA era predominante la dottrina che fiduciosamente vedeva la modernizzazione della società e dell’economia come mezzo diretto per assicurare uno sviluppo politico foriero di ordine e stabilità di un Paese.

L’indagine di Huntington affronta un ambito ristretto, quello dei Paesi in via di modernizzazione, ma quelli che egli arriva a elaborare sono gli elementi di una teoria generale dello sviluppo e della decadenza politica.


Il quadro teorico

La teoria che S.H. propone diverge radicalmente dai modelli allora dominanti in USA, che vedevano affiancati, in parte sovrapposti, ma in genere confusi, lo sviluppo socio-economico e quello dell’ordinamento politico.

Cosa osserva Huntington?
Che la modernizzazione implica la mobilitazione sociale [Il termine usato da S.H. èmobilization, che in italiano si traduce con mobilitazione, ma che è reso nel suo libro successivo comemobilizzazione, NdA]; la modernizzazione produce l’aumento di popolazione interessata e impegnata nella politica, e produce un aumento della domanda di servizi governativi; tutto questo determina un aumento della partecipazione politica, impattando così su istituzioni spesso inadatte a “contenere” una siffatta quantità e intensità partecipativa. La modernizzazione non può perciò essere sinonimo di sviluppo politico, ma ne è la sfida, e lo sviluppo politico è proprio il percorso di adattamento alle tensioni di una società in cambiamento.

Un’altra osservazione che fa S.H. è che nel mondo osserviamo sia sistemi politici che si sviluppano, sia anche sistemi politici chiaramente in decadenza.
Come dimostra l’esperienza, il percorso della politica non solo non è lineare, ma neppure progressivo, e possiamo osservare casi di sviluppo come di decadenza dell’ordinamento politico di un paese. Per evitare equivoci, S.H. parte fornendo una definizione precisa dello sviluppo politico che egli identifica con “l’istituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche”.

Avendo così definito lo sviluppo politico, risulta molto difficile confonderlo con la modernizzazione socio-economica; S.H. individua lo spazio bidimensionale in cui descrivere l’evoluzione delle società, con la prima dimensione data dalla modernità socio-economica e la seconda identificata con lo sviluppo politico.
Egli non si accontenta della descrizione dello spazio in cui avviene l’evoluzione di una società; vuole individuare gli elementi costitutivi di una teoria della politica. Per farlo, entrambe le dimensioni devono in qualche modo essere soggette a misure.

Come la modernizzazione economica può essere misurabile – in alfabetizzazione, urbanizzazione, esposizione ai mass media, industrializzazione e incremento del prodotto lordo pro-capite – così può esserlo lo sviluppo politico. Lo sviluppo politico da un lato è correlato all’ampiezza e al radicamento del sostegno di cui godono le organizzazioni politiche, dall’altro risulta funzione del loro livello di istituzionalizzazione. Mentre l’ampiezza e il radicamento del sostegno sono facilmente misurabili in termini di “quanta società” le organizzazioni contengano, le variabili secondo le quali può essere definito (e in parte misurato) il livello di istituzionalizzazione del sistema politico sono: l’adattabilità, la complessità, l’autonomia e la coerenza tra le sue organizzazioni e procedure.

In questo modo S.H. fornisce allo scienziato politico la capacità di misurare il livello di istituzionalizzazione di un sistema politico a partire dal collocamento dello stesso rispetto ai seguenti assi: adattabilità-rigidità, complessità-semplicità, autonomia-subordinazione, coerenza-disunione.


Sviluppo economico-sociale vs. sviluppo politico

Avendo a disposizione questa “scatola di attrezzi” per lo scienziato politico, S.H. affronta una analisi del mondo a lui contemporaneo. Questo mondo, fatto di paesi che in gran parte stavano (nel 1965) emergendo da poco – o al più da qualche generazione – dal dominio diretto degli stati coloniali europei, stava vivendo la spinta alla modernizzazione socio-economica, ma questa modernizzazione risultava spesso in caos e aumento dell’instabilità politica. Perché questo? La modernizzazione crea aspettative sempre maggiori in parti sempre più vaste della società, e nulla come la crescita delle frustrazioni può destabilizzare una società.

Analizzando casi di singoli paesi, S.H. arriva a individuare 4 tipologie di stati, definiti in base al livello di “mobilizzazione” sociale, direttamente conseguente la modernizzazione socio-economica, e al livello di istituzionalizzazione politica. Le tipologie individuate sono: sistemi politici civici (alta mobilizzazione, alta istituzionalizzazione), sistemi politici corrotti (alta mobilizzazione, bassa istituzionalizzazione), sistemi politici limitati (bassa mobilizzazione, alta istituzionalizzazione), e infine sistemi politici primitivi (bassa mobilizzazione, bassa istituzionalizzazione).

Un ulteriore elemento per individuare il livello complessivo dell’istituzionalizzazione di un paese è nell’individuazione dello sviluppo del livello di forza e organizzazione delle forze politiche (input institutions) e dell’apparato amministrativo (output institutions). Casi come quello indiano sono da S.H. citati come combinazione fortunata – un partito guida forte, radicato nella società grazie a decenni di lotta politica, e una burocrazia agile in modo esemplare, come quella ereditata dall’Indian Civil Service – ma purtroppo rara nel mondo post-coloniale.

Più spesso le istituzioni dei paesi che emergevano dalla decolonizzazione risultavano molto deboli. Istituzioni politiche deboli costringono le società allalotta di tutti contro tutti, ma non solo: senza istituzioni politiche forti non è possibile che prenda forma un interesse generale della società, essendo ciascun pezzo e livello della società oggettivamente legittimato nella lotta per i propri interessi. E qui S.H. va oltre.

“Senza istituzioni politiche forti, la società manca dei mezzi per definire e realizzare i suoi interessi comuni. La capacità di creare istituzioni politiche è la capacità di creare interessi generali.”

Per S.H. l’interesse generale non si identifica con norme e valori ideali (giustizia, legge naturale, retta ragione), neanche con l’interesse specifico di individui, gruppi o classi, ma neppure è il risultato di un processo di lotta e di competizione tra individui o gruppi. Secondo S.H. l’unica possibile definizione, generale e concreta, degli interessi generali di un paese è quella per cui essi coincidano con gli interessi delle istituzioni. Non astrattamente, ma nel concreto: il presidium di partito dell’URSS e la presidenza USA sono due concreti esempi di istituzioni pubbliche i cui interessi coincidono con gli interessi generali del paese.

“In contrasto con le teorie del governo rappresentativo, valendo questa idea le istituzioni governative derivano la loro legittimità e autorità non dalla misura in cui rappresentano gli interessi del popolo o di un qualsiasi altro gruppo, ma nella misura in cui le istituzioni hanno propri interessi distinti da quelli di tutti gli altri gruppi.”

La modernizzazione sfida la capacità di una società di darsi istituzioni politiche adeguate; quando la sfida è persa, la modernizzazione sociale determina, in quella società, una vera e propria degenerazione della politica. L’ordinamento politico è così soggetto ad una degenerazione che può ricalcare il modello della anaciclosi di Platone, o della “società corrotta” proprio di altri studiosi come Machiavelli. Ci si riferisce ad una società corrotta quando

“una società manca di legge, autorità, coesione, disciplina, e consenso, [e] dove gli interessi privati dominano quelli pubblici, dove c’è una completa mancanza di senso civico e dovere civico, dove, in breve, le istituzioni politiche sono deboli e le forze sociali forti.”

Che questi stati degenerati siano poi dominati da forza, ricchezza, carisma o numeri, questo poco cambia nella loro natura. Queste società – che possiamo chiamare corrotte, pretoriane o di massa – sono frequentemente contrassegnate da una oscillazione tra democrazia estrema e tirannia; questa instabilità (o meglio stabilità del ciclo) è il contrassegno di una società dove la mobilizzazione è andata oltre la istituzionalizzazione.


Che fare? Strategie per favorire lo sviluppo di istituzioni politiche

Fatta chiarezza tra modernizzazione e sviluppo politico, S.H. si pone il problema diquali siano le strategie possibili per perseguire lo sviluppo istituzionale in una società sotto lo stress della modernizzazione. Tenendo conto che le caratteristiche psicologiche e culturali dei popoli variano grandemente e con esse variano le loro capacità di sviluppare istituzioni politiche, rimane pur sempre vero che la costruzione di organizzazioni politiche è alla portata di qualsiasi società.

Mentre le istituzioni sono il frutto della lenta interazione tra intenti consapevoli e cultura, le organizzazioni sono il frutto di un intento mirato e conscio. La costruzione di organizzazioni politiche non è la costruzione di una nazione, ma potrebbe portare a costruire un governo, e dal governo potrebbe anche nascere una nazione.

Tenendo presente che la forza della mobilizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione è quanto destabilizza le vecchie istituzioni di un paese, la prima linea di intervento consiste nel rallentare la mobilizzazione sociale così da dar modo alle istituzioni esistenti di conservarsi e rafforzarsi. I metodi possibili per rallentare la mobilizzazione sono: l’aumento della complessità sociale, limitare o ridurre le comunicazioni nella società; minimizzare la competizione tra i segmenti della elite politica.
Ma questi metodi consentono di prendere tempo, non creano istituzioni.

È possibile pensare ad una evoluzione delle istituzioni tradizionali che riesca a fornire un sistema politico adeguatamente sviluppato? Solo in rare occasioni questa evoluzione trova le condizioni per il successo: se la modernizzazione richiede una forte centralizzazione del potere, sarà la stessa concentrazione di potere a richiedere la distruzione delle istituzioni rappresentative tradizionali. Inoltre, proprio la concentrazione di potere renderà il regime tradizionale più suscettibile di essere vittima di una rivoluzione.

Pensando poi a paesi, come quelli nati dalla fine della colonizzazione, in cui le eventuali istituzioni pre-esistenti erano state soppresse, l’adattamento di istituzioni tradizionali è tecnicamente impossibile. L’alternativa sarebbe stata la incubazione di nuove istituzioni, ma questo avrebbe richiesto la volontà della potenza coloniale di permettere e di contendere il potere per anni con un movimento nazionalista così da consentire, con il tempo, la lotta e la progressiva lenta assunzione di responsabilità, la maturazione di nuove istituzioni.

Più facile che la decolonizzazione porti all’emergere di entità statuali al collasso o con sistemi politici corrotti. Nel caso di stati con sistemi politici corrotti o al collasso, il ristabilimento di una autorità arriva in genere da leader carismatici; tuttavia questo porta la oggettiva contraddizione tra gli interessi del leader, una persona, e gli interessi della istituzionalizzazione. Il Principe di Machiavelli, il creatore dell’ordine nuovo, richiede doti di integrità e chiarezza dei fini,niente affatto comuni agli uomini. S.H. riconosce in Mustafà Kemal uno dei rari esempi di leader dotato di queste caratteristiche.

Altre vie tentate dai paesi in corso di modernizzazione sono le dittature militari,che tuttavia portano una contraddizione fortissima tra l’esigenza di essere portatori positivi di nuove istituzioni politiche, e il disprezzo per la politica vista in genere dai militari come causa del degrado del paese. Quasi 50 anni fa S.H. già si chiedeva che frutti avrebbero mai potuto portare le dittature militari di Nasser e Ayub Khan.

Riconoscendo gli scarsi successi della costruzione di moderne istituzioni politiche attraverso leader carismatici o capi militari, S.H. rivolge la propria attenzione al partito politico, “la sola moderna organizzazione che può diventare fonte di autorità e che può essere efficacemente istituzionalizzata“. Non conoscendo, o forse evitando di citare Gramsci, S.H. ne ripete però le tesi che vedono nel partito politico organizzato il “moderno Principe”.

“Ove le istituzioni politiche tradizionali collassano o sono deboli o non esistenti, il ruolo del partito è completamente differente da quello che ha in sistemi politici che godono della continuità istituzionale. In tali situazioni [di crisi dell’autorità], la forte organizzazione di partito è la sola alternativa di lungo periodo all’instabilità di una società corrotta o pretoriana o della massa.”

È il partito a diventare la fonte della legittimità e dell’autorità. Non è il partito a riflettere lo stato, ma è lo stato a diventare la creazione e lo strumento di un partito.
Il partito cui pensa S.H. è quello di avanguardia, dove la qualità dell’elite è elemento chiave del suo successo; proprio per questo il pericolo maggiore che intravvede, tra quelli che minacciano la capacità del partito a svolgere questo ruolo di costruzione istituzionale, è nella dispersione dei quadri direttivi come nella eccessiva dilatazione del campo d’azione. I partiti in grado di riempire il vuoto di autorità e legittimità, sono organizzazioni di elite, appunto, di avanguardie.

In stati sottoposti a stress da modernizzazione, non solo non servono tanti partiti, ma la numerosità dei partiti è inversamente proporzionale alla stabilità e alla forza delle loro istituzioni politiche: Nella loro debolezza istituzionale, il sistema a zero partiti e il sistema multipartitico si assomigliano assai da vicino“.

L’elaborazione teorica di S.H., con il riconoscimento del ruolo essenziale di un partito di tipo “leninista” nella costruzione delle istituzioni politiche di stati in piena crisi da modernizzazione, non può che porre S.H. in diretta collisione con le dottrine politiche USA che tendevano a ignorare i requisiti dell’organizzazione politica e a sminuire o mal considerare il ruolo e l’importanza del partito politico.

Gli USA finivano così a dare una grande importanza al lato amministrativo, aglioutput del sistema politico; da un lato promuovevano ambiziosi e costosi programmi di sostegno per supportare la pianificazione economica, l’organizzazione amministrativa, salvo poi affidarsi, sul lato più propriamente politico, a giunte militari o personalità carismatiche o a libere elezioni.

Tutti questi approcci sono per S.H. destinati a sicuro fallimento, perché quasi certamente incapaci di portare a compimento un sistema politico sviluppato e forte.
Solo l’organizzazione di un forte partito avrebbe costituito le basi per una duratura stabilizzazione. Un approccio volto a incoraggiare e supportare la costruzione di forti partiti non comunisti sarebbe dovuta diventare la missione principale degli USA nel terzo mondo onde contrastare i due più probabili della situazione: il fallimento degli stati o il dominio comunista.


Considerazioni

Questo articolo (1965) di S.H. condensa molte delle idee che verranno poi riprese e sviluppate nel libro “Political order and changing societies” (1968). Cosa dire delle tesi presentate e che sono alla base della teoria politica di S.H.? Che sviluppo economico e/o sociale e sviluppo politico non coincidano penso sia divenuto un elemento acquisito agli studiosi di oggi; che sia proprio lo sviluppo economico e sociale a fungere da innesco alla crisi degli equilibri politici, è forse meno acquisito, ma questo solo per ignoranza dei fatti storici da parte delle masse.

Che sia il partito politico di tipo leninista (non per ideologia, ma per forma) a poter fungere da moderno Principe nel traghettamento a un nuovo e più elevato livello di sviluppo politico, è invece questione più aperta. Lo stesso S.H., nel libro sopracitato,introduce un elemento di possibile concorrenza al ruolo distintivo del partito nel processo di sviluppo politico, e lo individua nel federalismo:

“L’unico potenziale rivale del partito, in quanto istituzione distintiva della società moderna, è il federalismo. La maggiore diffusione di istituzioni federali negli stati moderni rispetto a quelli tradizionali è un riflesso dello stesso fattore che ha determinato lo sviluppo del partito: l’estensione dell’ambito del sistema politico in termini sia di popolazione che di territorio. (p.116-7)”.

Partiti e federalismo, in concorrenza, ma, più spesso, in simbiosi tra loro, sarebbero quindi i tratti distintivi della modernità politica.

Conclusioni

Presentando gli elementi chiave di una teoria generale dello sviluppo politico, S.H. si proponeva di fornire alla dirigenza politica USA gli strumenti culturali necessari per riorientare le politiche di intervento e aiuto ai paesi che andavano emergendo dalla decolonizzazione o che comunque si trovavano ad affrontare crisi acute di stabilità.
Non è scopo di questo articolo trarre un bilancio degli esiti delle idee di S.H.

Di sicuro, però, siamo tutti bene in grado di capire quanto i problemi affrontati da Huntington, ovvero quelli dello sviluppo e della decadenza politica, siano attuali.
Forse soprattutto ora, qui, in Italia.

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