Primarie, una opzione per contrastare la decadenza della politica

Circa un secolo fa il tedesco Michel formulò la così detta legge ferrea dell’oligarchia, che in sintesi asserisce che tutti i partiti politici si evolvono da una struttura democratica aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia.

Ne spiegò anche le ragioni, legate tanto alla psicologia umana che alla naturale tendenza delle organizzazioni alla specializzazione e alla burocratizzazione. Appunto, un risultato frutto di tendenze “naturali”, da cui il carattere di legge.

Una conseguenza non intenzionale – almeno non nelle intenzioni delle oligarchie che si andranno a costituire – è la intrinseca fragilità dei sistemi di potere formalmente democratici ma in realtà oligarchici, sistemi che, senza un adeguato apparato di coercizione e costrizione, risultano fragili a spinte endogene, e comunque risultano sempre sistemi estremamente fragili ad eventuali attacchi esterni.

Ma, appunto, sono tendenze naturali dei partiti politici (comunque li si voglia definire), e che portano i cittadini a percepirne i gruppi dirigenti come caste autoreferenziali chiuse.

La difesa più semplice e “naturale” che viene spontanea adottare a questi gruppi dirigenti, consiste nel percepire se stessi come “necessari” e “insostituibili”, confidando nel proprio quotidiano esercizio del potere come principale, se non unica, fonte di legittimità.

Da qui al credere nello slogan “o noi, o il caos”, che anche recentemente abbiamo ascoltato, il passo è breve.

Purtroppo però, questa strategia difensiva basata sull’autocompiacimento delle elite e sul ricatto verso gli elettori, non può che essere rovinosa; rovinosa in primis per i gruppi dirigenti che verranno sempre più percepiti dai cittadini come una oligarchia, ma soprattutto rovinosa per i cittadini che comunque si troveranno futuri partiti “antipolitici” non esenti dalla legge della oligarchia e gruppi dirigenti e amministratori pubblici inesperti, e soprattutto con loro unico titolo di merito l’inesperienza (quando non peggio).

Siamo quindi destinati a una democrazia che sempre più involverà nella incapacità di governare e nella lontananza tra gruppi dirigenti della politica e cittadini? Se gli uomini di cui sono costituite le comunità cittadine e nazionali fossero materia inerte, concluderei che il destino è segnato. Ma non è così, anche se non possiamo dire sia facile contrastare certe tendenze. Non è compito facile, ma neanche impossibile.

Ad esempio l’introduzione di sistemi elettorali a collegio uninominale e l’elezione diretta di cariche monocratiche come sindaci e presidenti di enti locali, con il complemento di elezioni primarie ben regolamentate e seriamente svolte, avrebbero l’indubbio effetto di contrastare la deriva oligarchica insita quando il potere delle segreterie di partito tende a divenire assoluto nella sua discrezionalità.

C’è poco di nuovo in queste considerazioni. Già una generazione fa, esponenti della cosiddetta società civile “prestati alla politica”, consci del rischio degenerativo di una democrazia rappresentativa come quella italiana, cercarono di portare avanti proposte di questo tipo.

Purtroppo, ma il tentativo si esaurì negli anni e ritengo senza successo: da un lato, a livello di elezioni politiche, siamo passati da un sistema, seppur parziale, di collegi uninominali, alle mostruosità dei maggioritari di lista, e dall’altro, il sistema delle primarie – un sistema che in primis avrebbe dovuto richiedere la volontà dei singoli partiti – non è divenuto una regola e, anzi, i partiti che lo hanno adottato, tra l’altro senza continuità, sono riusciti a operare in modo tale da eroderne la credibilità.

Oggi, così, siamo a sorbirci campagne politiche dove alla cosidetta antipolitica si contrappongono, sempre più stancamente, campagne basate sulla paura dei populismi, come se i così detti populismi fossero altro dall’essere l’altra faccia, sgradevole ma necessaria, delle involuzioni oligarchiche dei partiti “storici”.

Come si diceva sopra, non siamo però una massa inerte, ma persone che pensiamo, agiamo assumendoci delle responsabilità che possono arrivare sia dal fare che dal non fare.

In questo caso, nel mio piccolo, vorrei lanciare la proposta a tutti i partiti (e aggregati di partiti), per trasformare le prossime elezioni comunali piacentine in una esperienza non scontata: darsi regolamenti seri e chiari, e aprire una competizione interna che porti a delle primarie da cui far emergere i candidati sindaci di ciascuno schieramento.

Non è una ricetta magica per risolvere i problemi – seri, per non dire drammatici – della democrazia italiana, ma è un tentativo pratico, con una sua razionalità, per rendere i cittadini meno estranei ad un sistema politico che, ricordiamo, nelle ultime regionali ha visto l’affluenza ai seggi di un elettore su tre (in emilia-romagna!), consegnando il governo regionale ad essere espressione di una infima minoranza – sicuramente la meglio organizzata e la più motivata, ma non per questo meno minoranza – dei cittadini.

Piacenza, 16 gennaio 2017

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