Uno strumento per tornare a parlare di contenuti: le primarie

La politica, così come interpretata dai partiti oggi, è percepita lontana dalla vita quotidiana. Il malcontento è diffuso e manifestato in diversi modi. Per alcuni l’effetto è una sorta di apatia: si perde la voglia di discutere, di trattare di politica. La si vede come una presenza ingombrante, scomoda e anche un po’ nociva che si cerca di ignorare. Sono lontani i fronti opposti dei primi anni settanta, non c’è passione per le idee e nemmeno senso di appartenenza ad una corrente politica. Quando nasce un accenno di dibattito di natura politica tra comuni cittadini, magari amici, inizialmente le parti tendono a dividersi, forse più per abitudine che per convinzione, com’è naturale che sia. La conclusione del discorso però è veloce e condivisa: i partiti sono tutti uguali (parafrasando). Chi si riconosce protagonista di questa situazione sente come un peso l’avvicinarsi di un’elezione, sceglie l’astensione e ne fa un vanto. I dati delle affluenze sono inequivocabili: ad ogni tornata il partito dei non votanti cresce con un ritmo imbarazzante.

Ci sono altre persone che, percependo lo scollamento del mondo della politica dalla propria realtà quotidiana, sentono invece il bisogno di reagire. Il desiderio di cambiare oggi in molti trova sfogo nella ricerca di volti nuovi da inserire nella classe dirigente: di persone di spiccata personalità, che sappiano comunicare in maniera veloce, in grado di parlare per motti, parole d’ordine e slogan prorompenti. Soprattutto, che portino avanti il concetto di rottura con il passato e ben vengano le proposte provocatorie, purché si tratti di fare tabula rasa della situazione attuale, senza considerare più di tanto il merito dei problemi da affrontare. La ricerca dell’uomo forte in cui riporre le speranze è un sentimento quasi naturale, una condizione che ciclicamente si ripresenta nella storia e che accompagna i momenti di crisi, che oggi è di fiducia nella classe dirigente oltre che, ovviamente, economica.

Ad accomunare questi modi di fare antipolitca, se si vuole dargli un nome, sono due fattori: la difficoltà di discutere di contenuti e il rifiuto dei partiti moderni. Discutere di contenuti è difficile: richiede impegno, riconoscere i problemi e soprattutto proporre soluzioni. In un clima dove è lo slogan a farla da padrone, dove persino nei talk show si è smesso di parlare, il rumore di fondo è troppo forte per riuscire a fare emergere delle idee.

Eppure i partiti, che sono oggi i principali imputati di questa condizione, potrebbero mettere in campo uno strumento che darebbe la possibilità di tornare a parlare di contenuti e appassionare i cittadini della vita politica: le elezioni primarie. Elezioni primarie che potrebbero essere regolamentate da basi comuni per tutti, con regole semplici e chiare, che scongiurino certi giochi di apparato che le rendano inutili. Il sistema delle primarie, se limpido, permette un confronto di idee e di persone reale. Oggi in molti al momento del voto si trovano davanti a dover fare scelte imbarazzanti, mai condivise, che sanno di medicine scadute. Un percorso elettorale interno ai partiti e preliminare al voto, invece, potrebbe far emergere nuove possibilità e tornare a coinvolgere i cittadini comuni. Contribuirebbe a smantellare quella condizione di oligarchia partitica che oggi nessuno più è disposto ad accettare, facendo in modo che la comunicazione tra partiti e persone torni a essere bidirezionale. Le elezioni amministrative, le più vicine alle persone, potrebbero essere provocatoriamente la prima occasione a disposizione di tutte le organizzazione partitiche per provare ad instaurare questa relazione con i propri aspiranti elettori, che possono ancora essere motivati e hanno qualcosa da dire.

 

Piacenza, 30/01/2017

Edoardo Bricchi

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